Ricordando il Carnevale, non posso fare a meno di parlare del maiale, in quanto tutti e due andavano di pari passo. Questo animale era uno dei simboli più evidenti di tutto il periodo carnevalesco, era fondamentale per l’ alimentazione familiare e costituiva il vero “companatico “ per un anno. Di solito, per la sua macellazione, si sceglieva un giorno vicino al giovedì grasso perché, secondo un detto “ juovi di l’ardaluoru , cu no n’ava carni, s’impigna lu figghiuolu “ . Naturalmente, tutto iniziava con l’acquisto del maialino, che doveva essere lungo e magro. Mi ricordo che le fiere più importanti si svolgevano a Serra S. Bruno, Chiaravalle e Cardinale, ma non mancavano i commercianti di Simbario che li portavano sui camion e sulla “ lapa “ in gabbie di legno , messi in bella vista sulla piazza. Allora veniva dato il “ bando “ per le vie del paese e chi era interessato all’acquisto andava ad osservarli. Per la contrattazione e l’acquisto, si faceva affidamento a persone ritenute esperte che era sempre “ lu cumpari “ . Una volta acquistato, si portava nel “ cathuojiu “ per chi abitava in paese oppure nel “ zimbiejiu “ per chi aveva la possibilità di tenerlo in campagna. Per farlo ingrassare, veniva sottoposto a sterilizzazione da parte del “ crastaturi “ che era sempre di Simbario ; egli girava per le vie del paese gridando ad alta voce “ u crastaturi, u crastaturi “ . Se era maschio, gli venivano estratti “ li dubbruna “ ( i testicoli ) , la ferita veniva unta con olio e si doveva farlo camminare per un paio d’ore in modo che non si coricasse, così da evitare eventuali infezioni. Il maiale veniva accudito con grande cura per un anno, ad esso erano destinati giornalmente tutti gli avanzi di cucina “ vrodata “ con aggiunta di acqua e crusca di grano “ la canijja “ ma anche patate, zucche, castagne, ghiande, granturco, ecc.ecc.. .
La “ cummari “ che per tutto l’anno aveva contribuito alla crescita del maiale dando giornalmente la loro“ vrodata “ , una volta macellato , aveva diritto alla “ mandata “ . Tutto il cibo veniva posto dentro “ lu scifu “ e se le possibilità economiche lo permettevano , di maialini se ne compravano due perché, in questo modo, ingrassavano di più in quanto tra di loro vanno a “ risjia “ ( cioè, ognuno tende a mangiare più dell’altro ) .
Mi ricordo che mio padre, quando aveva il gregge , prima di emigrare in Canada, in autunno portava il maiale con il gregge stesso, così mangiava anche lui castagne, ghiande e tutte quelle altre cose che si possono trovare nei boschi. Questa alimentazione permette la produzione di carni compatte e gustose, di ottima qualità , che consentono la produzione di eccellenti salumi. Il giorno dell’uccisione del maiale, nonostante comportasse notevole fatica per tutti, era motivo di festa e allegria e vi partecipavano, oltre ai familiari, anche parenti ed amici. Questo era un “ rito “ collettivo, coinvolgeva tutti i membri della famiglia , ciascuno con le proprie mansioni. I diversi momenti dell’uccisione, della macellazione e della lavorazione delle carni richiedevano infatti specializzazioni varie. Il rito del maiale, si trasformava, quindi, in un’occasione di vita sociale in cui spiccava uno spirito di collaborazione ed il mancato coinvolgimento di un parente, veniva considerato come un’offesa grave ( “ ammazzau lu purciejiu e non mi dissa nenti “ ) . La fase di preparazione di questo evento era molto laboriosa, cominciava almeno una settimana prima, in quanto richiedeva una dotazione di accessori non indifferente : “ la quaddara “ , “ lu gambiejiu “ , “ la limba “ , coltelli di vario genere che venivano portati ad affilare per bene, il sale che doveva essere grosso per poi essere schiacciato e triturato nel “ martaru “ di legno con “ lu pistuni “ , una grossa accetta per poterlo dividere, “ li pignati “ per prendere l’acqua calda, e sicuramente me ne dimentico altri. Il giorno prima dell’uccisione, il maiale veniva lasciato a digiuno, per favorire lo svuotamento delle budella, in quanto dovevano essere pulite per preparare gli insaccati. La mattina della macellazione , alle prime luci dell’alba, si accendeva il fuoco per far bollire l’acqua nella “ quaddara “ . Si aveva bisogno di tanta acqua calda e quando le prime bollicine cominciavano a salire in superficie e quindi “ sbarrau a gugghjiu “ , si dava inizio alla macellazione con “ lu scannaturi “ che dava il colpo deciso alla carotide del maiale accompagnandolo con la rituale espressione del “ morti a ttia e saluti a nnui “ . Il sangue doveva uscire rapidamente, in modo che la carne rimanesse bianca, era raccolto nella “ limba “ e doveva essere rimescolato energicamente con un mestolo di legno ed a volte con le mani, per evitare la coagulazione, perché dopo servirà alla preparazione del “sangunazzu“ . Ai bambini, per risparmiare loro i momenti più cruenti dell’uccisione, si faceva trattenere il maiale dalla coda. A morte avvenuta si doveva provvedere subito e con rapidità a liberare la pelle dalle setole, versando dell’acqua bollente e raschiando con coltelli affilati evitando che la pelle stessa si raffreddasse dopo la bagnatura. Mi viene in mente il detto : “ l’acqua gugghjia e lu puorcu esta alla muntagna “ . Una volta appeso e liberato di tutte le interiora, si faceva a gara a chi indovinava il peso del maiale, che veniva pesato con “ la stratjia “ . Sicuramente questa procedura non è più praticata in quanto penso che esistano delle leggi e/o regolamenti in ambito veterinario che evitino inutili sofferenze agli animali durante la macellazione. Da sottolineare un altro aspetto di questo rito, ossia il banchetto che si svolgeva in coincidenza con il giorno dell’uccisione ed al quale venivano invitati, come detto prima, amici e parenti, a testimonianza di una solidarietà tipica della gente semplice. La festa non si limitava al giorno dell’uccisione, ma proseguiva con i cosiddetti “ prumpuni “ cioè i resti del maiale dopo le operazioni di insaccamento e le varie lavorazioni destinati alla provvista. I giorni più importanti erano il Giovedì , la Domenica ed il Martedì grasso e tutto naturalmente era a base di carne di maiale , dal sugo alle polpette . Queste ( le polpette ), non dovevano assolutamente mancare al Martedì “ marti di l’azata “ e ne venivano fatte in abbondanza “ ‘na tanejia randi “ in quanto quando passavano i bambini mascherati , era usanza offrirle loro. Ho solo cercato di analizzare alcuni aspetti della tradizione popolare carnevalesca, pescando nei ricordi qua e là .
Mi piacerebbe che altri “ paisani “, raccontassero le loro esperienze , per tenere vivi questi usi e costumi del nostro paese.
AUTORE: Totò Miletta