Riti e tradizioni di Pasqua di Totò Miletta
Martedì 18 Marzo 2008I riti della Settimana Santa che precedono la Pasqua, hanno inizio con la Domenica della Palme “ la Duminica di ‘la ‘liva “ con la benedizione delle palme e dei ramoscelli d’ulivo, dove le palme simboleggiano la vittoria di Cristo e l’ulivo è il simbolo della pace, da quando la colomba scampata al diluvio universale tornò all’Arca di Noè, portandone un ramoscello nel becco.
Nei giorni precedenti le Palme, noi ragazzi stavamo molto attenti se in Piazza c’erano i venditori , di solito erano di S.Nicola da Crissa e li portavano “ cu la sporta “, perché dopo dovevamo trovare qualche persona esperta per intrecciare le palme a forma di croce o di panierino, da portare per la benedizione, che veniva fatta sul sagrato della chiesa. Il metodo piu’ efficace fra noi, era il passaparola (“ a ‘ttia cu ti la ‘ficia ) e, per evitare qualche diniego, andavamo uno alla volta. Dopo la benedizione, una parte veniva conservata dietro l’uscio di casa, mentre un’altra parte veniva portata in campagna per essere interrata e/o legata a qualche tronco d’albero. Così facendo si era certi che la “benedizione divina” scendesse su tutta la proprietà e la proteggesse dal pericolo di carestia. Nel corso della settimana santa, si preparava il sepolcro, ornato con drappi, fiori , piante e candele. Altamente simbolici, fra gli addobbi del Sepolcro, sono i germogli di grano o altri cereali, fatti germogliare al buio per lasciare a loro una chiara e quasi trasparente colorazione , ed ogni famiglia portava il suo vaso. Era una gara affannosa , d’intensa attività e sana competizione, dato che ogni paese si dava da fare per preparare il sepolcro migliore, ed ogni anno si cercava sempre di cambiare qualcosa ( il factotum di tutto questo, era naturalmente, Damiano Valente). Il Giovedì si svolgeva il rito dell’ultima cena; dodici uomini, scelti annualmente tra i parrocchiani che facevano parte della Confraternita della Madonna del Rosario, raffiguravano gli apostoli , ed il sacerdote durante le sacre funzioni, procedeva alla lavanda dei piedi ed alla benedizione del pane; pane che, alla fine della funzione, veniva dato a pezzetti alle persone che si incontravano, perché lo mangiassero per devozione.
Il Venerdì ci si alzava presto, perché dovevamo prepararci per la visita ai Sepolcri degli altri paesi.
Che gioia poter suonare “ lu carici “ , non ci si stancava mai. Alla fine della visita ai Sepolcri, il Crocefisso veniva portato al Calvario ed esposto ai fedeli per essere adorato. Il Calvario, fino ad un certo anno , era posizionato sul cucuzzolo sovrastante il paese “ allu Timpuni “ , ed infatti le strade vicine sono intitolate, Salita Calvario, Salita S. Croce, Piazza Calvario . Proprio per la difficoltà nel raggiungerlo, c’era soltanto una stradina in terra battuta, in seguito è stato spostato dove si trova attualmente ( una targa ricorda l’anno dell’evento) . Una volta esposto per l’adorazione dei fedeli, non doveva mai essere lasciato da solo e per questo , noi ragazzi , ci organizzavamo facendo dei turni . Si andava in cerca “ supa alli pumari” delle prime viole, da raccogliere a mazzetto, per metterli ai piedi della croce.
Dopo che al pomeriggio veniva letto “ lu Passiu “ , all’imbrunire partiva dalla Chiesa la Via Crucis con il lungo corteo dei fedeli, con le varie stazioni dislocate lungo il percorso che interessava tutto il paese. Arrivati al Calvario e dopo l’ultima stazione riguardante la morte, il Cristo viene deposto dalla Croce e collocato nella “Naca”, adornata in modo ricco e bello da numerosi veli . Un tempo, l’incarico di portare la statua del Gesu’ Morto nella “Naca” , veniva messo all’incanto ; veniva fatto sia per orgoglio che per devozione e/o per grazia ricevuta . Offrire sempre piu’ di un’altra persona per portare “ la stanga “ , veniva considerata un’offesa grave dall’altra parte, ed a volte, poteva anche degenerare in qualche litigio . Sulla via del rientro, noi ragazzi accendevamo le torce, che avevamo preparato nei giorni precedenti, dopo aver raccolto sia in Chiesa che fra i vicini di casa i vari pezzettini di candele , fatti sciogliere in un grosso recipiente.
Il Sabato era dedicato alla raccolta delle immaginette e dei calendari raffiguranti qualcosa di sacro e considerate “vecchie” , per essere bruciate nel fuoco che si accendeva la sera.
Per la Domenica di Pasqua, ci si trovava in Chiesa e sulla Piazza per scambiarsi gli auguri ed a tavola era usanza che ci volesse sempre il capretto o l’agnello. Il Lunedì dell’Angelo era giorno di digiuno con pane ed acqua in quanto venivano fatti “ li cori di l’Angeli”. Dovevano essere fatti per nove anni piu’ altri tre che rappresentano la Trinità ; alla fine , bisognava far celebrare una Messa di ringraziamento, con soldi guadagnati personalmente.
La Pasquetta cadeva il Martedì “ Marti di Galilea “ . Con familiari ed amici, si trascorreva una giornata di sano svago e di vita all’aperto, mangiando ogni ben di Dio, dove naturalmente, non poteva mancare il capretto ( cucinato arrosto oppure al forno con le patate , con il sugo per poi condire la pasta ), il salame nuovo appena “ ‘ncamusciatu “ ed una bella frittata di uova con la ricotta. Questo contribuiva a rinsaldare i vincoli d’affetto e d’amicizia con gli altri ed alla sera, tornando a casa, ci si scambiava gli auguri di trascorrere tante altre pasque nella serenità e nell’abbondanza.
Il dolce tipico della Pasqua era “ la curujia “ , dolce di pasta lievitata, contenente uno o piu’ uova sode, alla quale viene data una forma rotonda o altra fantasia e fra noi ragazzi era un confrontarle per verificare chi ne aveva in numero maggiore. Siccome negli ingredienti viene usato anche un po’ di strutto, non potevamo mangiarle al Venerdì Santo, altrimenti “ ‘nnì cammàràvamu”.
Non posso dire niente della “ Cunfrunta “ , in quanto l’usanza, è iniziata dopo che sono andato via dal paese.
Foto di Venerdì Santo del 1944 ( per gentile concessione di Cosimo Bertucci, lu figghiu di “ lu camardu “ ). Da notare il particolare che vi erano cinque croci.

Queste sono alcune fotografie di “ Marti di Galilea “, passate in allegria, da un gruppo d’amici.
SCRITTO DA: “ Ntuoni Miletta, lu figghjiu di ‘Ngiluzzu di lu Murgiu e di Cunzulatejia diRosa di lu Maduonnu “